Il futuro della previdenza Studiare e comprendere la pensione

Secondo l’UBS Center for Economics in Society, la previdenza per la vecchiaia ha bisogno di riforme e nuove idee.

di Dr. Veronica Weisser 07 giu 2021
Bild: UBS

Da un lato, l’aspettativa di vita in Svizzera continua a crescere, dall’altro il tasso di natalità è da 40 anni a un livello così basso che, se non fosse per l’immigrazione, la popolazione si ridurrebbe di un terzo a ogni generazione. Questa situazione richiede nuove idee di ampio raggio per i tre pilastri della previdenza per la vecchiaia, introdotti in un’epoca in cui la situazione demografica era molto diversa rispetto a oggi. Un gruppo di esperti ha trattato questo tema per l’UBS Center for Economics in Society, in una discussione sulle soluzioni per garantire la previdenza per la vecchiaia. Vi ho preso parte anch’io, in qualità di economista ed esperta di previdenza.

AVS: l’aumento dell’età pensionabile è necessario

Monika Bütler, Jérôme Cosandey e io abbiamo discusso di parecchi temi controversi sotto la guida di Florian Scheuer, trovandoci però d’accordo in merito alla questione dell’età pensionabile nell’AVS: da un punto di vista demografico, l’adeguamento dei limiti di età è necessario. In più, bisogna innalzare l’età pensionabile per tutti i sessi, possibilmente mettendola in relazione all’aspettativa di vita media.

Jérôme Cosandey, Direttore romando di Avenir Suisse, ha dichiarato: «Aumentare l’età pensionabile di un anno significa risparmiare annualmente circa 3 miliardi di franchi». Rimane da discutere con quali incentivi per l’innalzamento generale si possa politicamente agevolare la svolta.

Aumentare l’età pensionabile di un anno significa risparmiare annualmente circa 3 miliardi di franchi.

Dr. Jérôme Cosandey

La pensione svizzera è tra le più lunghe del mondo. Ecco la mia valutazione in merito: «Per ogni anno in cui percepiamo la rendita della pensione, oggi lavoriamo 1,8 anni; quando l’AVS è stata introdotta, nel 1948, questo numero era invece di 3,4 anni, quasi il doppio». Il motivo è che le persone che raggiungono oggi l’età pensionabile percepiscono una rendita in media per 24 anni, mentre nel 1948 questi anni erano 13.

Nel gruppo di esperti ci siamo trovati d’accordo anche sul fatto che l’onere fisico nel corso dell’intero periodo lavorativo non è lo stesso per tutte le professioni; pertanto occorrerebbe introdurre modelli individuali nei settori interessati. Tuttavia, tali soluzioni settoriali non dovrebbero pesare finanziariamente sulla collettività, perché in fin dei conti sono i settori (e, quindi, le imprese private) a beneficiare dell’impegno fisico dei dipendenti, ed è solo così che si vengono a creare incentivi per le aziende a migliorare continuamente le condizioni di lavoro dei collaboratori.

Oltre al finanziamento della previdenza per la vecchiaia, un’altra sfida è rappresentata, a mio parere, anche dalla situazione dei genitori che si fanno principalmente carico di crescere i figli. Da un punto di vista finanziario, i loro sforzi in questa fase vanno a beneficio del solo Stato, perché in futuro i loro figli finanzieranno l’AVS, l’assistenza sanitaria e le spese statali in generale. Se la cura dei bambini fosse finanziata dallo Stato, le madri non si limiterebbero a “nutrire” le strutture statali mediante imposte sul lavoro piuttosto elevate e tramite i loro stessi figli, ma, allo stesso tempo, potrebbero anche assicurarsi autonomamente per la vecchiaia nel 2° e 3° pilastro.

Durante la discussione è stata proposta l’idea di eliminare completamente un’età pensionabile uniforme, ma non è stato possibile approfondire adeguatamente questa ipotesi. L’idea dell’economista Monika Bütler ha pertanto rappresentato l’attuale conclusione in merito a questo tema: «Fissare l’età pensionabile ha un’enorme funzione di ancoraggio, che è ancora più importante della progettazione finanziaria». Un’età pensionabile riconosciuta socialmente permetterebbe sia a chi lavora sia a chi offre lavoro di orientarsi; così tutti sanno per quanto tempo bisogna lavorare, di regola.

2° pilastro: scelta libera della cassa pensioni per soluzioni personali?

Brevi interviste con tre esponenti politici dei partiti PPD, PVL e PLR hanno costituito la base per ogni sessione di discussione. Tuttavia, quanto è controverso per la politica non lo è necessariamente per noi esperti: riteniamo, infatti, che l’abbassamento dell’aliquota di conversione nel 2° pilastro sia un prossimo passo indispensabile. Per la politica è solo un’ipotesi remota, ma per noi è una domanda cruciale: in futuro i dipendenti potranno scegliere liberamente la cassa pensioni?

In termini di finanziamento, la possibilità di scelta non comporta né vantaggi né svantaggi, tuttavia secondo Jérôme Cosandey molte persone non capiscono più perché sia solo la direzione dell’azienda a decidere, sebbene nelle casse pensioni sia custodita perlopiù la maggior parte del patrimonio del dipendente.

Monika Bütler si è mostrata scettica nei confronti di un’apertura per quanto riguarda la parte obbligatoria: «Con la cassa malati abbiamo libera scelta; se faccio un errore lì, non ci perdo nulla. Ma se dopo cinque anni mi accorgo che la mia cassa pensioni ha commesso degli errori, allora ho un problema grosso».

Per me, la libera scelta offre senz’altro delle opportunità, perché il sistema corrente, caratterizzato da decisioni centralizzate, non ha servito al meglio intere generazioni. Tale circostanza relativizza, a mio parere, il rischio legato alle decisioni personali. Per poter rispondere alle sfide del sistema attuale con una maggiore concorrenza tra gli offerenti, dovremmo separare la fase di risparmio da quella di versamento. Molti Paesi offrono già la possibilità di scegliere liberamente la propria cassa pensioni: così si può selezionare l’offerente adatto per ognuna delle due fasi. Una soluzione distinta per la fase di versamento permetterebbe anche alle persone con un’aspettativa di vita più bassa di beneficiare di una rendita annuale più elevata.

Da questo punto di vista, il sistema odierno genera ingiustizie, perché chi ha una speranza di vita più bassa (che sia per ragioni di salute o per via di un lavoro fisicamente debilitante) sovvenziona le persone più ricche, le quali di norma hanno un’aspettativa di vita più alta.

Molti pensano che 'nostro padre lo Stato' stia già risolvendo il problema. Ma non è vero – e già da tempo.

Dr. Veronica Weisser

Jérôme Cosandey considera basso il rischio di eccessive pretese da parte di persone libere di scegliere la propria cassa pensioni: «Il sistema oggi è così complicato perché si tratta di un B2B; nel libero mercato la complessità verrebbe ridotta enormemente». Inoltre, prendiamo continuamente decisioni di ampia portata finanziaria (come fare un figlio, sposarsi, divorziare o comprare una casa, per citare gli esempi fatti da Jérôme Cosandey). È una linea argomentativa a cui mi associo: «Se ci si deve assumere una responsabilità, ci si occupa maggiormente delle proprie finanze. Anche nel mio contesto personale noto parzialmente uno scarso interesse per il tema previdenziale. Molti pensano che ‹nostro padre lo Stato› stia già risolvendo il problema. Ma non è vero – e già da tempo».

3° pilastro: un versamento successivo tanto atteso

Nella discussione sul 3° pilastro hanno per noi un’importanza centrale le domande seguenti: quanto deve risparmiare ogni persona di sua iniziativa? E ci sono situazioni nelle quali non è possibile accantonare denaro a sufficienza? Questa è la mia risposta alla seconda domanda: «Nelle famiglie con bambini ci sono sicuramente periodi in cui non è possibile versare l’importo massimo del pilastro 3a. La mozione Ettlin, approvata dal Parlamento, intende rendere possibili i versamenti successivi, quindi secondo me va esattamente nella direzione giusta». Un’altra opzione sarebbe aprire il terzo pilastro già ai bambini, con sgravi fiscali per i genitori e la possibilità di utilizzare il denaro anche per la formazione. Se i genitori lo spiegassero ai figli e costoro ne beneficiassero già durante la loro istruzione, essi imparerebbero ad assumersi responsabilità finanziarie fin da piccoli, molto prima di quanto non si faccia ora.

Per le ditte individuali il 3° pilastro è importantissimo, perché non dispongono di una cassa pensioni.

Prof. Monika Bütler

Monika Bütler si è dichiarata a favore di un rafforzamento del 3° pilastro per gli indipendenti: «Per le ditte individuali il 3° pilastro è importantissimo, perché non dispongono di una cassa pensioni».

L’accesa discussione mi ha convinta ancora di più della necessità di riforme per la previdenza per la vecchiaia. Come società – e come singoli individui, nel contesto di votazioni – nel prossimo futuro dovremo prendere decisioni scomode. Un’età pensionabile più elevata e un’aliquota di conversione più bassa per legge sono solo due esempi. Se non prendiamo rapidamente tali decisioni, corriamo il rischio di danneggiare permanentemente il nostro sistema previdenziale, in sé buono. Evitare una prospettiva del genere è nostra responsabilità comune, ed è anche una grande opportunità.

Come garantire la previdenza per la vecchiaia? Il dibattito nella sua interezza

Desiderate potervi cimentare in modo competente in discussioni sulla previdenza per la vecchiaia? Ascoltate le idee degli esperti contattati dall’UBS Center for Economics in Society e guardate il dibattito completo: vi troverete anche un’altra discussione di rilevanza sociopolitica (v. la registrazione del discorso sulla sanità pubblica tra etica e sostenibilità finanziaria).