Previsione Economica Shock BNS: lezioni per gli investitori

Le grandi sfide per l'economia svizzera.

di Stephan Lehmann-Maldonado 20 ott 2015

Signor Kalt, per cosa è soddisfatto del 2014?

(sogghigna) A Bienne ho avuto l’occasione di parlare di fronte a oltre 800 persone. Mi sono sentito quasi come una rockstar! Come capo economista sono particolarmente lieto quando i nostri consigli d’investimento si rivelano validi – e il nostro reparto research ha ricevuto un riconoscimento proprio perché negli ultimi anni abbiamo redatto le più azzeccate previsioni congiunturali.

L’inizio del 2015 è stato più difficile. La BNS ha fatto decadere il limite inferiore tra euro e franco: così avete dovuto adattare nettamente al ribasso le vostre previsioni congiunturali...

L’abbandono del limite inferiore da parte della BNS è stato un fulmine a ciel sereno, anche per noi. È chiaro che una rivalutazione del franco così improvvisa rallenterà la congiuntura svizzera. Abbiamo dovuto ribassare la nostra aspettativa di crescita per il 2015 dall’1,8 % allo 0,5 %. Così scampiamo per un soffio a una recessione.

A dire il vero già nella vostra panoramica annuale avevate messo in guardia da tracolli di maggiore entità.

Sì. Il titolo della nostra panoramica annuale, pubblicata a dicembre, è: «Le differenze nel mondo si stanno acuendo sempre più.» Mentre l’economia americana procede bene, l’Europa zoppica tra le retrovie e i Paesi emergenti si stanno facendo strada. La Federal Reserve, istituto di emissione statunitense, vorrebbe tirare lentamente le redini, mentre Europei e Giapponesi continuano ad allentarle. A livello di politica economica si stanno formando divari che potrebbero celare sorprese sui mercati. Il 2012 e il 2013 sono stati anni straordinari per le azioni, mentre il 2014 è stato già più volatile. Del resto questa tendenza prosegue anche nel 2015. Così le borse ritrovano effettivamente la normale volatilità.

In tale ambito, cosa consiglia agli investitori?

Raccomandiamo di propendere un po’ di più verso gli investimenti ad alto rischio, cioè le azioni. E prediligiamo quelle americane. Dopo che alla fine di gennaio la Banca centrale europea ha reso noto un programma di acquisti di prestiti, e i mercati si sono riempiti di euro, nei nostri portfolio abbiamo dato nuovo peso anche alle azioni europee. Abbiamo invece ridotto l’importanza delle azioni dai Paesi emergenti. Per quanto riguarda i titoli fruttiferi, puntiamo come sempre su prestiti aziendali ed evitiamo quelli dello Stato, con le quali nel frattempo chi investe in franchi svizzeri ha solo da perdere. Proprio per questo motivo è anche ragionevole mescolare degli hedge funds al proprio portfolio. In tale ambito vi sono soluzioni estremamente comprovate che, con oscillazioni ridotte, offrono un rendimento stabile e allettante rispetto ai prestiti.

Ma le azioni non hanno più una valutazione favorevole.

Effettivamente le valutazioni delle azioni sono lievemente superiori alla media del lungo periodo. Ma non c’è un’alternativa alle azioni. È semplicemente importante concentrarsi sui mercati azionari dalle buone prospettive. Negli USA i margini aziendali stanno crescendo dell’8 % – quindi non dobbiamo aspettarci un collasso della borsa.

A quali sfide economiche globali dobbiamo prepararci per il 2015?

Il crollo nel prezzo del petrolio sposta la struttura economica. C’è chi vince e chi perde. Tra i perdenti rientrano i produttori di petrolio, mentre tra i vincitori i consumatori dei Paesi industrializzati. Il loro potere d’acquisto aumenta e questo rilancia i consumi. Ma la crisi del debito in Europa resta un rischio. Così, ad esempio, emergono dubbi in merito al bilancio della Grecia. Inoltre in Europa ci stiamo avvicinando a una deflazione.

Quali sono, secondo lei, le alternative all’euro?

Da quando il 22 gennaio Mario Draghi, Presidente della Banca centrale europea (BCE), ha nuovamente allentato i cordoni della borsa, l’euro è ancora più sotto pressione. La svalutazione drammatica del franco a seguito dell’annuncio totalmente a sorpresa della BNS ci ha fatto capire ancora una volta che come investitori dovremmo affrontare i rischi di cambio soltanto se siamo consapevoli di quanto stiamo rischiando.

La crescita nei Paesi emergenti è rallentata. Quale approccio devono avere gli investitori rispetto a tali Paesi?

Secondo me i prestiti nelle valute locali dei Paesi emergenti sono rischiosi. Questo vale soprattutto per i Paesi che non promuovono riforme. Tra questi ad esempio il Brasile e la Russia, coinvolta in contrasti bellici. Mi terrei ben alla larga da questi titoli. Meno rischiosi sono invece i prestiti in dollari statunitensi e in franchi svizzeri, ma sono allettanti anche quelli di Paesi che stanno attuando riforme. A tale riguardo vanno ricordati l’India e il Messico.

Da tempo consiglia prestiti ad alto tasso d’interesse (High Yield Bonds). Ne vale ancora la pena?

Da quattro anni consigliamo prestiti ad alto tasso d’interesse. Chi da allora ha mischiato nel proprio portfolio tali prestiti ha beneficiato di un considerevole aumento degli interessi. Anche se non investirei più in larga misura in tali strumenti, un aspetto è ancora favorevole: l’economia americana va alla grande. Quindi non dobbiamo aspettarci tanti fallimenti aziendali. L’incertezza si basa piuttosto sul fatto che una parte del mercato americano dipende, per i prestiti ad alto tasso, dal prezzo del petrolio.

Secondo lei quando arriverà l’inflazione?

È stupefacente: le banche centrali hanno pompato enormi quantità di denaro nell’economia. E ancora non si intravede inflazione. Al contrario, in tanti posti c’è la minaccia della deflazione causata dal calo dei prezzi. Un’inflazione si verifica soltanto se il mercato del lavoro si prosciuga e i salari aumentano. E ne siamo ben lontani sia in Europa che in Svizzera. Innanzitutto i tassi d’inflazione dovrebbero crescere nei Paesi anglosassoni. Negli USA, infatti, il tasso di disoccupazione si è notevolmente ridotto e la banca centrale Federal Reserve pensa già ad aumentare gli interessi. Ma anche lì l’inflazione si farà ancora attendere per circa uno o due anni, perché attualmente i prezzi del petrolio in calo spingono il rincaro verso il basso.

Gli investitori non devono quindi preoccuparsi del mantenimento del potere d’acquisto?

A medio e lungo termine ha senso proteggersi dall’inflazione. Ma per questo occorre cambiare mentalità: invece di parcheggiare il denaro su un conto di risparmio, si acquistano azioni solide con un notevole tasso di rendimento azionario. È vero che le azioni sono soggette a oscillazioni, ma dopo tutto dispongono di un valore reale. La Gran Bretagna fa scuola: qui si registra ogni anno un’inflazione tra il 3 e il 4 %. Attualmente il conto di risparmio non è redditizio, quindi procura perdite effettive: già dopo pochi anni ci si ritrova con un -10 %.

Come giudica le prospettive per la Svizzera se l’Eurozona non torna a crescere?

L’Eurozona è di gran lunga la più importante zona commerciale per la Svizzera. Nonostante una recessione in Europa e il franco forte, l’economia svizzera negli ultimi cinque anni ha dato risultati estremamente buoni. Perché? La nostra economia è stata trainata dal denaro fin troppo conveniente e dall’immigrazione. Già solo questi fattori hanno portato a una crescita di base compresa tra l’1 e l’1,5 %. Con la notevole rivalutazione del franco dopo la rinuncia al limite inferiore EUR-CHF, l’economia svizzera riceverà comunque una bella doccia fredda.

La BCE può rafforzare l’economia europea immettendo ancora più liquidità sul mercato?

La BCE ha annunciato un programma globale di acquisti di prestiti e comprerà così anche grandi quantità di prestiti dello Stato: fino al settembre 2016 arriveranno sul mercato più di 1100 miliardi di euro. Ma è incerto in che misura questo ravvivi l’economia. Un euro ancora più debole è sicuramente un aiuto per le aziende esportatrici. Ma le tante PMI orientate verso l’interno mettono veramente in moto un nuovo ciclo di investimenti? A tale scopo non è sufficiente che il denaro costi poco. Sarebbero urgentemente necessarie riforme strutturali, ad esempio una flessibilizzazione dei mercati del lavoro. Sia la Francia che l’Italia procedono a stento in tale direzione.

Come evolverà allora l’Europa nel 2015?

Complessivamente ci aspettiamo una lieve accelerazione della crescita. Il tanto denaro a basso prezzo avvierà sicuramente degli effetti. I mercati azionari continuano a crescere e l’euro si indebolisce. Tutto questo è già un aiuto, ma non è certo la grande liberazione dalla crisi del debito.

Da un po’ di tempo l’UE sta negoziando un accordo di libero commercio (TTIP) con gli Stati Uniti. Che ripercussioni avrà sulla Svizzera?

Per un Paese piccolo come la Svizzera sussiste il pericolo di essere annientata dai grandi blocchi, se tra loro vige un accordo commerciale. Per la Svizzera sarebbe meglio una liberalizzazione globale del commercio nell’ambito dell’OMC (Organizzazione mondiale del commercio). In ogni caso la Svizzera ora deve tentare di stipulare accordi di libero commercio con tanti dei grandi Paesi – come è già accaduto con la Cina.

Torniamo a parlare della Banca nazionale svizzera: cosa può fare ancora per indebolire il franco?

Senz’altro non può reintrodurre un limite minimo. Questo strumento è bruciato, non è più credibile. La BNS cercherà di intervenire in modo mirato e di indebolire il franco se viene troppo rivalutato. Poi può ancora inasprire gli interessi passivi, sia portandoli ulteriormente verso un valore negativo, ma anche riducendo ulteriormente le franchigie di un fattore 20 della riserva minima, in modo tale che più banche siano coinvolte dagli interessi passivi.[US1]

Cosa devono imparare gli investitori e le investitrici dalla decisione della BNS e dal conseguente netto crollo sia delle azioni svizzere che dell’euro e del dollaro USA?

Tale situazione ha dimostrato che un home-bias eccessivo, cioè il mantenimento di valori (azionari) praticamente soltanto svizzeri, a lungo termine può essere problematico contrariamente all’opinione comune. Mentre il mercato azionario svizzero nei due giorni successivi alla notifica dell’uscita della BNS dal limite inferiore ha perso quasi il 18 %, il mercato azionario globale ha addirittura accelerato, benché di poco. Lo abbiamo sempre segnalato, consigliando infatti anche agli investitori residenti nella apparentemente sicura Svizzera, di predisporre un portfolio ottimamente diversificato a livello globale. Per farla breve: la diversificazione globale era e sarà assolutamente essenziale anche in futuro.

E cosa si sarebbe potuto fare per contrastare il crollo di valore delle valute straniere in caso di un impegno all’estero?

Gli investimenti in CHF all’estero dovrebbero essere assicurati contro le oscillazioni valutarie. Nelle nostre soluzioni d’investimento per i clienti deleganti[US2] agiamo coerentemente in questo senso. In questo modo gli investimenti esteri sono stati tutelati da un forte crollo delle valute straniere anche nei giorni successivi alla decisione della BNS. A causa delle persistenti differenze molto basse degli interessi a livello mondiale, tali coperture delle posizioni valutarie possono essere messe in pratica relativamente a basso costo. Quindi chi ha investito in un portfolio ampiamente diversificato a livello globale, in cui gli investimenti in mercati esteri sono assicurati contro le svalutazioni valutarie, ha sicuramente raggiunto risultati nettamente migliori di chi, con un forte rischio di concentrazione, ha investito in azioni svizzere o di un investitore che non si è assicurato contro i rischi delle valute estere. Tali riflessioni sottolineano una volta di più quanto sia importante costruire un portfolio d’investimenti basato su una chiara strategia d’investimento e metterla in atto con molta disciplina.

Qual è il suo suggerimento personale per gli investimenti nel 2015?

Investire in un portfolio diversificato, con azioni solide e un elevato tasso di rendimento azionario!