Teresa Gioffreda
Investment Strategist, UBS AM
  • Circa l’80% del mercato italiano è composto per lo più da piccole-medie imprese (PMI), spesso a conduzione familiare, che rendono più frammentato il tessuto imprenditoriale italiano. Secondo Gianmarco Ottaviano, professore presso l’Università Bocconi, questo evidenzia un problema di «nanismo» del sistema produttivo italiano, come molti studiosi lo hanno definito.
    • Da un lato è presente un problema di approvvigionamento sul mercato dei capitali, ancora di vecchio stampo bancario; ma dall’altra parte c’è una difficoltà di crescita interna alle imprese che non dipende dal mercato dei capitali, ma anche dalla loro stessa capacità e volontà di trovare al loro interno le risorse umane, la determinazione all’investimento e la capacità di innovare che fanno crescere le imprese degli altri Paesi. Un’impresa italiana non quotata dovrebbe maggiormente guardare anche al potenziale di crescita sul mercato estero. I dati mostrano che se le imprese però sono piccole, la probabilità di entrare nei mercati esteri è davvero scarsa.
      • Alcune figure come i venture capitalist e i «business angel», molto diffuse in mercati come quello statunitense, non sono altrettanto diffuse in Italia. Questo in parte dipende dalla cultura finanziaria: in Italia si tende a sovrastimare la liquidità di cui si ha bisogno e ad accorciare l’orizzonte temporale, spostandoci poco sui mercati azionari.
        • Ci sono tuttavia settori molto attraenti per gli investitori esteri. Uno di questi può essere ribattezzato come «Made in Italy», su cui stanno investendo fondi internazionali, soprattutto americani e francesi, che oltre a includere i grandi e più noti marchi italiani, sta coinvolgendo anche realtà più piccole ma con un alto potenziale di sviluppo all’estero, specialmente in Paesi dove il brand Italia pesa molto.
          • Il tessuto industriale italiano fatto da tante imprese pone un altro problema legato a cosa rende piccole tali imprese. Sono piccole perché non riescono ad accedere efficientemente al mercato dei capitali o perché non sono abbastanza produttive ma ormai hanno raggiunto il massimo fattibile? Su questo punto si gioca anche la scelta d’investimento dei diversi fondi, che vanno a vedere le aziende che potrebbero crescere e quelle che invece hanno raggiunto l’apice.
            • Dal punto di vista dell’investitore, le nuove piccole aziende («small cap», start up) sono in genere più focalizzate sui nuovi trend emergenti come la transizione ecologica e la digitalizzazione. Queste caratteristiche, unite alla loro capacità di fare impresa, potrebbero aiutare le aziende a crescere e attrarre nuovi investimenti.
              • Avere un’azienda privata, magari anche di piccole dimensioni e non quotata, non vuol dire necessariamente avere un’azienda che non cresce, ma vuol dire anche doversi fare direttamente carico delle responsabilità correlate all’impresa.

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