
Con l’intensificarsi delle pressioni economiche e della concorrenza globale, sono aumentati anche gli appelli alla deregolamentazione in Europa. Secondo Massimiliano Castelli e Lucy Thomas, i responsabili politici dovrebbero concentrarsi sui risultati delle normative e non pensare che la deregolamentazione sia la panacea di tutti i mali.
Imprenditori, responsabili politici e investitori sostengono che il pesante quadro normativo europeo stia soffocando la crescita, frenando l’innovazione e riducendo la competitività europea sulla scena mondiale.
Ad alimentare i venti della deregolamentazione si aggiungono poi i numerosi sforzi in tal senso già in atto in molte parti del mondo. Negli ultimi decenni, gli Stati Uniti hanno sovraperformato nettamente sia in termini di innovazione che di crescita e, salvo scossoni geopolitici (che rappresentano senza dubbio una grande incognita nel clima attuale), sembrano destinati a continuare su questa strada anche con la nuova amministrazione.
La questione dunque non è tanto se l’Europa debba deregolamentare, ma come. In fin dei conti, una minore regolamentazione non sempre porta a un contesto normativo migliore. E come se non bastasse, a complicare ulteriormente le cose ci si mette il significato ambiguo della parola stessa. Regolamentazione è diventato sinonimo di regole. Ma il suo significato dovrebbe essere più esteso; alcune regole sono fondamentali, mentre altre sono gravose e non più necessarie. Spesso, incentivi e linee guida studiati con attenzione possono risultare molto più efficaci.
Troppa regolamentazione? Un fardello opprimente
Troppa regolamentazione? Un fardello opprimente
Come dice un vecchio adagio, gli Stati Uniti innovano, la Cina imita e l’Europa... regolamenta. Stando al rapporto di Mario Draghi, l’Unione europea ha accumulato ritardo rispetto ai suoi pari nella quarta rivoluzione industriale.1
L’eccessiva regolamentazione è spesso additata come la ragione di questo ritardo, poiché crea una barriera significativa all’innovazione e alla competitività
I numeri parlano chiaro: tra il 2019 e il 2024 l’UE ha adottato oltre 13.000 provvedimenti legislativi1, contro i soli 3.500 degli Stati Uniti a livello federale. Un ambito segnalato come particolarmente gravoso è quello della rendicontazione in materia di sostenibilità, che impone alla maggior parte delle imprese con sede nell’UE di rispettare diverse norme che si sovrappongono2, ciascuna con requisiti propri. Nell’UE si stima che oltre il 10% dei costi e delle risorse delle PMI sia destinato alla conformità normativa.3 Molti fornitori hanno dovuto aggiungere tre dipendenti a tempo pieno per districarsi tra i requisiti di raccolta dei dati imposti dalle normative in materia di conformità.4 Di conseguenza, oltre due terzi delle imprese dell’UE giudica la regolamentazione una barriera agli investimenti a lungo termine (il 32% la considera una barriera importante, il 34% una barriera minore).5 In confronto, negli Stati Uniti solo il 21% delle imprese la considera una barriera importante.6
Gli sforzi di deregolamentazione in atto in altre parti del mondo hanno forse accentuato il senso di disagio e l’urgenza di agire.
Fin dall’inizio del suo secondo mandato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è impegnato a ridurre la “burocrazia inutile”.7 Un aspetto di questo impegno è stato delineato nell’ordine esecutivo 14192 “Unleashing Prosperity Through Deregulation”, che punta a eliminare almeno dieci norme per ogni nuovo provvedimento emanato.8 Trump ha inoltre istituito il Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE), che ha lo scopo di promuovere l’efficienza e la produttività dell’amministrazione pubblica. Una disposizione dell’ordine esecutivo prevede espressamente di “sostituire tutti i precedenti ordini esecutivi e regolamenti [...] suscettibili di costituire una barriera all’accesso da parte dell’USDS ai documenti delle agenzie”.9
Gli Stati Uniti stanno riducendo la burocrazia ambientale e semplificando le procedure di autorizzazione per l’estrazione del greggio, con il presidente Trump che incoraggia le grandi compagnie petrolifere a “trivellare, trivellare, trivellare”. Inoltre, Mike Johnson, Speaker della Camera dei Rappresentanti, ha appena annunciato l’intenzione di mettere mano all’Inflation Reduction Act (IRA) dell’ex presidente Biden con qualcosa a metà tra “un bisturi e una mazza”.
Nel frattempo, la Cina impiega solo pochi mesi per approvare e realizzare i propri progetti solari ed eolici. E di recente ha raggiunto gli obiettivi solari ed eolici che si era prefissata per il 2030, con sei anni di anticipo.10 Benché non abbia esplicitamente ridotto la regolamentazione, la Cina si è concentrata sul migliorare l’efficienza e semplificare le procedure amministrative.11
Tutto questo contrasta con l’UE, dove la combinazione di normative regionali, nazionali (27 Paesi con leggi diverse) ed europee ha impantanato molte imprese. Ad esempio, i tempi lunghissimi per ottenere le autorizzazioni hanno bloccato diversi progetti nel settore delle energie rinnovabili.12 Nonostante la legislazione preveda che le autorizzazioni per i progetti debbano essere concesse entro due anni, uno studio condotto da Ember ha mostrato che, su 18 Paesi analizzati per progetti eolici onshore, il periodo medio di autorizzazione superava il termine di due anni in tutti i casi analizzati, talvolta addirittura di cinque volte.13 Qualcosa deve cambiare, questo è chiaro.
Troppo poca? La ricetta per il caos
Troppo poca? La ricetta per il caos
I rapidi progressi della Cina nella produzione di energie rinnovabili e l’implacabile agenda anticlimatica di Trump dovrebbero offrire all’Europa non solo lezioni di efficienza, ma anche un’opportunità per guidare un’agenda verde unificata e competitiva. E malgrado gli apparenti sconvolgimenti della deregolamentazione, bisogna riconoscere alcuni aspetti positivi di una regolamentazione coerente, soprattutto in settori chiave come l’energia, l’intelligenza artificiale (IA) e la finanza. La storia e, di fatto, i mercati attuali hanno mostrato in modo chiaro le conseguenze di una regolamentazione troppo scarna.
La crisi finanziaria del 2008 è ampiamente considerata come un cedimento sistemico provocato da una mancata vigilanza finanziaria.
La deregolamentazione consentì il proliferare di pratiche rischiose
contribuendo in definitiva alla formazione di una bolla immobiliare, poi scoppiata con conseguenze devastanti. La successiva crisi del debito dell’Eurozona fu causata in parte anche da una vigilanza finanziaria inadeguata, che consentì politiche fiscali insostenibili.
E ora? Le politiche di Trump stanno creando sempre più incertezza e instabilità. Se da un lato si prevede che gli sforzi di deregolamentazione degli Stati Uniti stimoleranno innovazione e crescita, dall’altro l’amministrazione Trump sta indebolendo lo Stato di diritto, destabilizzando le istituzioni (Fed e sistema giudiziario inclusi) e adottando una politica di minore trasparenza.
Le critiche rivolte all’ormai famigerato DOGE statunitense per la sua mancanza di trasparenza e la diffusione di disinformazione sono arrivate a livelli record.14 Alcune azioni intraprese dal DOGE hanno avuto conseguenze tali da minare l’intera istituzione. Le dimissioni di Elon Musk, ex “responsabile” del DOGE, sono solo l’ultima di queste. Dopo aver lanciato una serie di sfide legali (tra cui i tentativi di abolire l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) e l’istituto statunitense per la pace (USIP)), il DOGE, che aveva promesso risparmi per 2.000 miliardi di dollari, ha lasciato dietro di sé solo una scia di tagli minimi (di cui precisati solo 61,5 miliardi di dollari)15, incertezza e un indebolimento dello Stato di diritto.
Inoltre, sussistono enormi conflitti di interesse con alcune delle principali politiche dell’amministrazione statunitense, ad esempio nel settore delle criptovalute. Le politiche dirompenti di Trump stanno alterando questi equilibri per la prima volta in molti decenni e non vi è alcuna garanzia che la deregolamentazione da sola possa essere positiva per la crescita e l’innovazione in futuro.
Il Regolamento sull’IA emanato di recente dall’Unione europea è un utile esempio dei pericoli di una regolamentazione superficiale e della necessità di equilibrio. Visti i rischi associati ad un approccio morbido nei confronti dell’intelligenza artificiale, il regolamento offre molto più della semplice conformità, promuovendo un impegno attivo nella creazione di nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale è talmente cruciale per il nostro futuro da richiedere la massima attenzione. Siamo altresì convinti che qualsiasi regolamentazione dovrebbe essere strutturata in modo da consentire lo sviluppo dei settori chiave per la crescita dell’Europa: energia e mercati dei capitali.
Quanto basta: il giusto equilibrio tra semplificazione, integrazione e investimenti
Quanto basta: il giusto equilibrio tra semplificazione, integrazione e investimenti
Questo delicato esercizio di equilibrio offre all’Europa un’opportunità unica, ossia offrire ciò che altri non riescono: stabilità e Stato di diritto. Quello che poteva essere solitamente percepito come una fonte di debolezza, potrebbe diventare un punto di forza in un mondo più volatile e instabile.
La deregolamentazione di per sé non è la chiave per sbloccare la competitività dell’Europa sulla scena mondiale. Piuttosto, è essenziale una combinazione di semplificazione, integrazione e investimenti, nella speranza che l’Europa diventi un’oasi di stabilità per mercati e investitori in un mondo afflitto da caos e instabilità. Di conseguenza, sosteniamo l’approccio “quanto serve, quanto basta”, che si concentra più sui risultati che sul processo.
Due recenti rapporti chiave sul futuro dell’Europa hanno delineato l’orientamento politico dell’area e offrono indicazioni utili per migliorare la competitività, mantenendo al contempo importanti elementi di governance e protezione.
Nel suo rapporto Much More Than a Market, l’ex Presidente del Consiglio dei Ministri italiano Enrico Letta sottolinea la necessità di semplificare le norme interne e la macchina burocratica dell’UE. Il rapporto dell’ex presidente della Banca centrale europea Mario Draghi16 si è concentrato invece sul modello economico europeo a lungo termine e ha definito una strategia basata su tre imperativi: colmare il divario di innovazione con gli Stati Uniti, rendere la decarbonizzazione più competitiva e assicurare l’autonomia economica dell’Europa.
È cruciale rilevare come entrambi i rapporti affermino che qualsiasi investimento debba essere sostenuto da una più profonda integrazione dei mercati dei capitali e delle politiche industriali europee. L’attuale approccio frammentato, con 27 regimi fiscali diversi e normative disparate, è sostanzialmente incompatibile con le dimensioni e la velocità necessarie per competere oggi.
Fortunatamente, l’Europa ha già compiuto passi significativi per ridurre il peso normativo. La Commissione europea ha pubblicato il proprio programma “Legiferare meglio”, che promuove la semplificazione e l’efficienza nel momento in cui si preparano nuove iniziative o si valutano normative.17 Inoltre, la proposta “Pacchetto omnibus di semplificazione”18 mira a ridurre la complessità dei requisiti dell’UE e il carico amministrativo per tutte le imprese con sede nell’UE, nella misura del 25% per tutte le imprese e del 35% per le PMI.
L’Europa ha sempre avuto bisogno di una spinta, e questo sembra essere proprio uno di quei momenti.
Semplificare non significa necessariamente deregolamentare; può voler dire regolamentare in modo più intelligente
Senza una riforma di questo genere, le imprese europee continueranno a dover far fronte a inefficienze che le loro controparti statunitensi e cinesi, che operano in contesti normativi più unificati, non hanno.
Cosa potrebbe vuole dire “quanto basta” per gli investitori
Cosa potrebbe vuole dire “quanto basta” per gli investitori
Le implicazioni per gli investimenti di cambiamenti politici così radicali e di vasta portata non possono essere sottovalutate. Abbiamo infatti già assistito agli effetti diretti sul mercato della spinta fiscale della Germania, impressa per contribuire a rafforzare le capacità di difesa europee dopo che Trump ha deciso, pochi giorni dopo il suo insediamento, di scompaginare buona parte dell’ordine normativo internazionale.
Prendiamo la finanza. Le banche e le assicurazioni potrebbero, in teoria, beneficiare di obblighi di rendicontazione meno gravosi e di una maggiore flessibilità. Una vera unione dei mercati dei capitali offrirebbe inoltre un allineamento senza precedenti tra capitale e politiche in Europa, trovando il capitale per opportunità di investimento a livello regionale e, auspicabilmente, portando a un panorama di finanziamenti più diversificato che bilanci finanziamenti bancari, credito alle imprese e direct lending. Prevediamo inoltre un aumento delle attività di fusione e acquisizione a livello paneuropeo trasversalmente a tutti i settori, al fine di consolidare i punti di forza dell’unione e aumentare la competitività.
Una regolamentazione più snella in materia di ambiente e sicurezza potrebbe aiutare titoli industriali e produttori automobilistici. In un’ottica di innovazione, un approccio più leggero o più intelligente ai dati, all’intelligenza artificiale e ai mercati digitali potrebbe stimolare l’innovazione e, di conseguenza, attrarre maggiori capitali.
Inoltre, è ampiamente riconosciuto che
oneri normativi elevati tendono a ricadere in modo sproporzionato sulle piccole imprese
Qualsiasi semplificazione renderebbe loro la vita più facile, aumentando la competitività e la salute dell’ecosistema delle piccole e medie imprese (che costituiscono il 99% delle imprese dell’UE).19
L’aumento degli investimenti pubblici e privati nella regione determinerebbe probabilmente un potenziamento delle infrastrutture chiave. Accelerare l’agenda per la transizione verde creerebbe opportunità nel settore delle energie rinnovabili e l’impatto degli sforzi di decarbonizzazione, commisurati all’intensità delle emissioni, dovrà essere adeguatamente mappato e monitorato in tutti i settori industriali e le supply chain. Gli aggiornamenti delle reti di telecomunicazione, delle reti elettriche e dei centri dati creerebbero opportunità di investimento sia pubbliche che private.
In definitiva, un’Europa unificata, semplificata e competitiva potrebbe attrarre maggiori investimenti esteri (scesi dal 36% nel 201920 a un impressionante 4% nel 2023, in parte a causa degli oneri normativi) e sbloccare diverse opportunità. In qualità di investitori, tuttavia, è nostra responsabilità tenerci aggiornati su qualsiasi cambiamento politico e normativo al fine di valutare eventuali rischi significativi che tali cambiamenti potrebbero far sorgere.

The Red Thread: Europe Edition
Il bivio
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