
L’oro ha perso dinamismo negli ultimi mesi, ma il quadro complessivo rimane intatto: il metallo prezioso è molto più di un tradizionale «bene rifugio» nei periodi di turbolenze geopolitiche. L’oro viene sempre più trainato da un altro fattore strutturalmente importante, ossia la domanda robusta delle banche centrali.
A prima vista, questa interpretazione dell’evoluzione del prezzo dell’oro non è immediatamente evidente: per quanto la guerra in Medio Oriente mantenga elevati i rischi geopolitici, negli ultimi mesi l’oro ha registrato una decisa erosione del suo valore. Una delle ragioni principali è da ricercare nella politica monetaria: l’aumento dei prezzi energetici e dei timori legati all’inflazione ha spostato nettamente e in poco tempo le aspettative di mercato nei confronti della banca centrale statunitense Fed. Se pochi mesi fa scontava ancora tagli dei tassi, ora il mercato si aspetta che la Fed lasci invariato il suo tasso guida fino a nuovo avviso. Il conseguente aumento dei tassi d’interesse reali fa crescere i costi opportunità di un valore patrimoniale che non genera alcun rendimento corrente. Negli ultimi tempi, dunque, questa relazione inversa tra oro e rendimenti reali – per anni il fattore trainante dietro l’andamento del suo prezzo – è tornata a prevalere nettamente. Guardando al futuro, questo significa che il prezzo dell’oro farà fatica a riprendersi fintanto che i mercati temeranno che la Fed mantenga un atteggiamento restrittivo fino a nuovo avviso.
Qualora diventasse invece chiaro che la recente pressione inflazionistica non determinerà effetti secondari ad ampio spettro, nel resto dell’anno la Fed dovrebbe probabilmente moderare i toni e riprendere l’allentamento monetario.
Si tratta di una prospettiva assolutamente realistica, ad esempio se i flussi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz dovessero riprendersi a seguito di un eventuale accordo. Ma i tassi d’interesse reali potrebbero diminuire anche se il blocco rimanesse in vigore; in un tale scenario di rischio è del tutto ipotizzabile che la pressione sulla congiuntura aumenti e i mercati tornino ad aspettarsi tassi guida più bassi. Al contrario del 2022, in questo momento ci appare meno probabile che si verifichino effetti secondari perché la tensione sul mercato del lavoro è decisamente inferiore. Un contesto caratterizzato da tassi d’interesse reali in diminuzione o se non altro meno penalizzanti sarebbe un importante vento favorevole per l’oro e un possibile volano di un aumento del prezzo. Ci aspettiamo che il prezzo salga a 5500 dollari all’oncia entro la fine dell’anno.
A prescindere da questo, anche le banche centrali dovrebbero continuare a giocare un ruolo importante. Agendo da anni come compratori d’oro, rimangono un’importante ancora di stabilità del mercato. Secondo report di mercato, gli acquisti sono ammontati a circa 244 tonnellate nel primo trimestre 2026. Proiettando questo dato su un orizzonte annuale si otterrebbe la quarta domanda più elevata dal 1950. Dietro non c’è una negoziazione tattica in vista del prossimo impulso al prezzo, bensì una decisione strategica: l’oro acquisisce importanza nel quadro delle riserve monetarie perché non implica rischi di controparte, è ritenuto più neutrale politicamente ed è in grado di diversificare efficacemente le riserve in un mondo politicamente e geopoliticamente frammentato. Questa domanda strutturale può gettare una base in grado di attutire le fasi di debolezza ciclica.
Questo è decisivo per gli investitori e le investitrici. Mentre gli afflussi da ETF, il posizionamento tramite future o la domanda di gioielli possono registrare fluttuazioni a breve termine, le banche centrali agiscono con un orizzonte lungo. Comprano oro perché l’architettura del sistema finanziario globale sta cambiando, non perché è il momento giusto per farlo. Da studi condotti dall’FMI e da altre organizzazioni emerge come le riserve auree abbiano acquisito una maggiore importanza per le banche centrali a partire dalla crisi finanziaria, in particolare qualora puntino a una migliore diversificazione in virtù di rischi geopolitici, sanzioni e dipendenze monetarie.
Va poi aggiunto un altro fattore spesso sottovalutato: l’indebitamento globale. Deficit di bilancio elevati e costi crescenti per il servizio del debito alimentano il timore che nei prossimi anni i titoli di Stato non svolgano più la stessa funzione di protezione che hanno avuto in passato. La diversificazione offerta da azioni e obbligazioni è meno affidabile nelle fasi di stress, quindi l’oro diventa più interessante come valore patrimoniale reale e non dipendente da un emittente. Ecco perché riteniamo che oggi l’oro non sia un metallo per le fasi di crisi, ma uno strumento strategico per il portafoglio.
Questo non significa che la strada verso l’alto sarà lineare. Il prezzo dell’oro dovrebbe continuare a reagire alle turbolenze del mercato e al contesto dei tassi. Tuttavia, chi guarda all’oro soltanto in reazione all’incertezza non coglie il nucleo più ampio della tesi d’investimento: nei prossimi anni le banche centrali dovrebbero proseguire la loro graduale diversificazione delle riserve monetarie, dando un sostegno strutturale al prezzo dell’oro.
La nostra conclusione? L’oro non andrebbe considerato solo in un’ottica di negoziazione tattica, ma anche di diversificazione strategica. Soprattutto in un contesto in cui i prezzi di azioni e obbligazioni sono tornati a presentare una correlazione più stretta, mentre la volatilità geopolitica e i timori fondamentali legati alla sostenibilità del debito pubblico influenzano i calcoli dei mercati, l’oro può assumere un’importante funzione di stabilizzazione nel portafoglio. Non tutte le correzioni sono un segnale d’allarme. Alcune sono invece il prezzo da pagare per restare investiti in un trend che gode di un supporto strutturale.