Signor Arnold, qual è la sua esperienza con i neoimprenditori in materia di fisco e previdenza?

Nei primi tempi, chi fonda un’azienda ha tutt’altre priorità: un’idea commerciale da portare avanti o un progetto da realizzare. Tutto il resto viene dopo. A ciò si aggiunge che tasse e previdenza non sono proprio temi particolarmente amati, anzi... ben che vada sono visti come un male necessario. Per questa ragione sovente finiscono nel dimenticatoio, vengono trascurati o se ne rimanda di continuo il momento di affrontarli. Inoltre, in passato, chi aveva appena imboccato la via dell’indipendenza imprenditoriale spesso non doveva occuparsene attivamente perché, soprattutto in ambito previdenziale, molto veniva svolto automaticamente dal precedente datore di lavoro. Oggi, invece, questo compito è di esclusiva responsabilità di chi si mette in proprio. In altre parole: occuparsi di tasse e previdenza, e attribuire loro l’importanza che effettivamente hanno, è fondamentale.

Ma cosa potrà mai succedere se non lo si fa?

Esempio previdenza: per chi si mette in proprio senza sistemare con cura la propria previdenza o senza essere coperto dalla famiglia, in caso di incidente rischia di dover affrontare un futuro piuttosto fosco. La copertura finanziaria per persone sole, infatti, si limita alle prestazioni del 1º pilastro (AVS/AI) che attualmente, nel migliore dei casi, ammontano a circa 28 000 franchi all’anno.

Che cosa consiglia a chi desidera mettersi in proprio? Meglio che investa il patrimonio previdenziale accumulato da dipendente nella propria impresa o è preferibile che lo metta da parte?

Chi fonda una ditta individuale può, in linea di massima, utilizzare il patrimonio previdenziale del 2º pilastro e del pilastro 3a come capitale iniziale, mentre non è possibile con una SA o una Sagl. Dato che un’azienda di recente creazione è tendenzialmente soggetta a un certo numero di rischi, consiglio di attingere al capitale di previdenza con parsimonia e molta cautela.
 

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La piattaforma per chi crea e fa impresa

Chi ha un’attività indipendente non è soggetto né all’obbligo di assicurarsi contro gli infortuni né ad avere un 2º pilastro. Oltre al fatto di costare parecchio...

... detto in tutta onestà, ognuno spera di non dover mai percepire una prestazione per invalidità o decesso. Comunque, la questione finisce spesso per risolversi da sola, a causa della situazione finanziaria. Alla necessità di proteggersi si contrappongono infatti due aspetti di rilievo e concomitanti: da un lato mezzi finanziari limitati e dall’altro l’esigenza di investire nel proprio progetto gran parte della propria disponibilità economica.

Che all’inizio un imprenditore limiti le spese e corra dei rischi è dunque praticamente inevitabile!

Senza dubbio, e in linea di massima è anche giusto che sia così. Ma quando arriva il successo, le questioni previdenziali e fiscali non possono più essere rimandate. Pertanto raccomando sempre vivamente di occuparsene il prima possibile. Avere delle buone nozioni di base mette al riparo da brutte sorprese. Superata la fase di start-up, con l’arrivo del successo il tema tasse può farsi presto scottante.

Può spiegarci esattamente perché si può incorrere in brutte sorprese?

Le faccio un esempio: un imprenditore, tra le altre cose, paga un’imposta sulla sostanza sulla sua quota di partecipazione all’azienda. Per le imprese non quotate in borsa, mancando un prezzo di mercato, il valore imponibile dell’azienda viene di solito calcolato con una formula che combina valore di rendimento e valore reale (o intrinseco). Nel Canton Zurigo, ad esempio, le start-up che operano in un business scalabile ma che non generano ancora utili apprezzabili, continuano a essere valutate sulla base del valore reale, persino in presenza di un valore di mercato effettivo spesso decisamente più elevato, definito da quanto pagato dagli investitori per acquisirne una quota. Se dopo la fase di avviamento un’azienda non beneficia più del trattamento fiscale da start-up, la pressione fiscale sulla sostanza sale spesso rapidamente.

Il che avrebbe, presumibilmente, pesanti conseguenze. Quali, per l’esattezza?

Lo stipendio che la start-up versa al suo fondatore non basta più per pagare le imposte, cosa che può innescare una reazione a catena. Per poter far fronte all’onere fiscale, gli imprenditori devono versarsi uno stipendio più elevato e se del caso persino dei dividendi. A sua volta, ciò sottrae capitale strategico all’azienda e a livello privato comporta imposte sul reddito più elevate. A questo punto, l’imprenditore dovrebbe occuparsi quanto prima di questioni come la propria rimunerazione – se sotto forma di salario o dividendi –, la ricerca di una soluzione previdenziale fiscalmente efficiente, i riscatti nella cassa pensioni ed eventualmente anche un cambio di domicilio. È importante capire che pianificare questi aspetti è una faccenda complessa. Ciò che è vantaggioso oggi, potrebbe risultare svantaggioso domani. Una consulenza professionale a tutto tondo è quindi preziosissima!

Gli imprenditori tendono a lasciare gli utili in azienda. La ritiene una mossa giusta?

È soprattutto una questione di fabbisogno di liquidità operativa e di orientamento strategico. All’inizio, lasciare gli utili in azienda o reinvestirli può essere del tutto sensato, se non addirittura necessario. Ad ogni modo, nel corso del tempo è indispensabile strutturare il patrimonio in modo equilibrato, separando accuratamente quello aziendale da quello privato. E qui torna in ballo la questione della rimunerazione dell’imprenditore.

Cos’è in grado di offrire UBS ai neoimprenditori?

La nostra banca propone un’ampia gamma di servizi per tutti i titolari di aziende in qualsiasi fase della loro attività, dalla costituzione fino alla cessione. E proprio per sostenere i neoimprenditori è stata da poco lanciata UBS Start Business, la piattaforma per chi crea e fa impresa.

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