
Nella seconda parte della nostra intervista, il professor Letta illustra le sue proposte per gli investimenti congiunti in beni pubblici, la politica fiscale, le prospettive di un’unione dei mercati dei capitali e molto altro ancora.
Nella seconda parte della nostra intervista, il professor Letta illustra le sue proposte per gli investimenti congiunti in beni pubblici, la politica fiscale, le prospettive di un’unione dei mercati dei capitali e molto altro ancora.
L'intervista è stata divisa in due parti. Per leggere la prima parte, fare clic qui.
Barry Gill
Barry Gill
Quali caratteristiche avrebbe, in concreto, un piano di investimenti a livello dell’Unione Europea?
Quali caratteristiche avrebbe, in concreto, un piano di investimenti a livello dell’Unione Europea?
Enrico Letta
Enrico Letta
Innanzitutto, dobbiamo considerare che non possiamo disporre solo di fondi pubblici. Comincio dall’aspetto più complesso, perché in Europa abbiamo sempre avuto fondi pubblici, ma ora dobbiamo fare leva su finanziamenti privati. Dal 2015 al 2020 abbiamo avuto il piano Juncker, che è stata una buona idea a mio avviso. Ora però dobbiamo pensare a vincere la battaglia mobilitando capitali privati.
E questo non sta succedendo in Europa. Possiamo convincere i Paesi creditori in Europa a mobilitare alcuni finanziamenti pubblici, ma lo faranno solo se riusciremo a mobilitare capitali privati. Alcuni Paesi europei si oppongono categoricamente ai finanziamenti pubblici a causa delle differenze di debito pubblico. In questo senso, l’unione del risparmio e degli investimenti è un passo nella giusta direzione, poiché mira a integrare i mercati finanziari, offrendo ai risparmiatori europei maggiori opportunità e la prospettiva di rendimenti interessanti. Dobbiamo pensare di attivare incentivi fiscali, naturalmente.
E poi dobbiamo creare un ponte che consenta di investire quei risparmi in beni pubblici europei. I fondi NextGenerationEU termineranno alla fine del 2026. E dopo? Se non succede nulla, torneremo al bilancio del periodo pre-COVID, che è di gran lunga insufficiente per le esigenze e le aspettative che abbiamo attualmente. Di conseguenza, l’unico modo per far funzionare le cose è avere due pilastri: capitale pubblico e capitale privato. L’unione del risparmio e degli investimenti va in questo senso e spero che gli Stati membri accoglieranno questa idea. La Commissione ha votato, ora tocca agli Stati membri.
Come si convincono?
Come si convincono?
Penso sia molto semplice. Se non lo facciamo, saranno costretti a tornare al bilancio pre-COVID e tagliare tutte le spese europee. E non è facile rispondere alle nuove esigenze dell’Europa dicendo “Scusate, dobbiamo tagliare l’Erasmus. Dobbiamo avere Horizon, quindi dobbiamo tagliare i fondi strutturali e i fondi per le aree rurali.”
Non riesco a immaginarmi alcun primo ministro andare a dire ai propri elettori: “Scusate, abbiamo deciso di tagliare”. Al contempo, questo è l’unico modo per finanziare alcune di queste missioni. Diversamente, gli Stati membri dovranno mettere mano ai portafogli e finanziare i fondi pubblici europei con contributi esclusivamente nazionali. Sarebbe molto difficoltoso e, a mio avviso, non succederà.
La grande spinta verrà dall’esterno. Oggi è Donald Trump.
Le pressioni che arrivano dagli Stati Uniti stanno facendo miracoli a livello europeo.
Negli ultimi 45 anni circa, l’UE sembra aver dato priorità al lavoro rispetto al capitale. Un’unione del risparmio e degli investimenti creerebbe certamente una struttura di base, ma cos’altro dovremmo fare per spostare l’ago della bilancia a favore del capitale?
Negli ultimi 45 anni circa, l’UE sembra aver dato priorità al lavoro rispetto al capitale. Un’unione del risparmio e degli investimenti creerebbe certamente una struttura di base, ma cos’altro dovremmo fare per spostare l’ago della bilancia a favore del capitale?
In realtà, penso che la legislazione fiscale abbia creato molti incentivi per il capitale in diversi Paesi dell’UE. Ma ci siamo trovati in una situazione in cui i mercati non hanno colto questi incentivi. E la pressione fiscale europea sul lavoro è ancora molto elevata. Quindi, la mia idea è che gli incentivi fiscali sul capitale debbano diventare qualcosa in grado di attrarre i comuni risparmiatori. Questo è punto centrale: non Cristiano Ronaldo o Lionel Messi, ma i risparmiatori della classe media. Devono sentire che gli incentivi sono positivi per loro, un modo per integrare ciò che guadagnano. Non è quello che sta succedendo in Europa. Sono fermamente convinto che possiamo provare a riorientare questi incentivi fiscali verso i risparmiatori della classe media. E per farlo dobbiamo pensare in grande. Abbiamo bisogno di incentivi fiscali a livello europeo con un accordo tra i diversi Paesi. Non è ancora stato fatto, ma è possibile, ed è questo il tema principale del mio rapporto e dell’unione del risparmio e degli investimenti.
C’è una dinamica culturale in gioco? Sembra che per cambiare il comportamento delle persone serva più di una spinta gentile nella giusta direzione.
C’è una dinamica culturale in gioco? Sembra che per cambiare il comportamento delle persone serva più di una spinta gentile nella giusta direzione.
Sì, ha ragione. Ma abbiamo esempi di casi in cui incentivi molto mirati sono riusciti a trasformare il risparmio in energia per l’economia reale. In Italia abbiamo avuto i Piani Individuali di Risparmio (PIR), che hanno funzionato bene. E ci sono molti altri esempi.
La mia proposta è creare incentivi a livello europeo: un piano di risparmio, che spinga i risparmiatori della classe media ad avere fiducia in questo strumento europeo e, contemporaneamente, faccia sì che i risparmiatori ottengano buoni rendimenti e aiutino l’economia europea. C’è un problema culturale, sì. C’è un problema di fiducia finanziaria, sì. Al contempo, sono ormai passati 12 anni dalla crisi finanziaria. Il sistema finanziario europeo è solido e si sta dimostrando resiliente di fronte alle aggressioni di Trump.
Di conseguenza, penso che ora siamo sufficientemente maturi per farlo.
Come valuta le attuali norme fiscali dell’UE? E pensa che sarebbe opportuno riformare il Patto di stabilità e di crescita per dare priorità alla crescita e alla resilienza?
Come valuta le attuali norme fiscali dell’UE? E pensa che sarebbe opportuno riformare il Patto di stabilità e di crescita per dare priorità alla crescita e alla resilienza?
Una riforma del Patto di stabilità e di crescita è attualmente in corso. Dobbiamo verificare che funzioni correttamente e accertarci di avere la flessibilità necessaria per correggere il tiro. Tuttavia, quello che Ursula von der Leyen ha detto e fatto sul piano della difesa dimostra che c’è sufficiente flessibilità. Non credo quindi che il problema sia un’interpretazione troppo rigida del patto. Il problema è la mancanza di investimenti. Questa mancanza di investimenti è dovuta alla frammentazione e alla mancanza di un solido mercato dei capitali privati. Ed è su questi due problemi che dobbiamo intervenire.
Lei ha suggerito di ampliare le quattro libertà fondamentali dell’UE per includere le libertà di ricerca, conoscenza e innovazione. Ma oltre alle iniziative in materia di energia e tecnologia, su cosa dovrebbe concentrarsi l’Europa per stimolare la produttività e l’innovazione?
Lei ha suggerito di ampliare le quattro libertà fondamentali dell’UE per includere le libertà di ricerca, conoscenza e innovazione. Ma oltre alle iniziative in materia di energia e tecnologia, su cosa dovrebbe concentrarsi l’Europa per stimolare la produttività e l’innovazione?
Il mercato unico è stato creato negli anni ‘80 su quattro libertà: libera circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e delle persone. Queste quattro libertà riflettono quella che era l’economia di quel periodo: manca la quinta libertà immateriale (ricerca, innovazione, conoscenza e istruzione) che oggi è il presupposto per il successo delle economie. Quello che propongo nel mio rapporto è quindi di creare la quinta libertà per stimolare la produttività e la competitività.
Questo implica compiere uno sforzo enorme nel modo in cui investiamo in ricerca e sviluppo. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno ottenuto risultati straordinari perché nell’arco di 12 anni sono riusciti a quadruplicare gli investimenti privati in ricerca e sviluppo, mantenendo invariati gli investimenti pubblici.
È un esempio che dobbiamo seguire.
Abbiamo bisogno di capitali privati per la ricerca e lo sviluppo,
attraverso l’unione del risparmio e degli investimenti e dobbiamo anche organizzare il nostro sistema universitario e di ricerca in modo diverso.
Ad esempio, uno degli aspetti che tratto nel mio rapporto è che non abbiamo una laurea europea. Il riconoscimento reciproco dei diversi diplomi rilasciati da Paesi e università diversi è un incubo per istituzioni, persone e studenti.
Potremmo applicare l’idea del 28° Stato virtuale anche a questo ambito, per unificare e semplificare. Possiamo anche lavorare su alcune delle idee che abbiamo avuto in passato. Le alleanze universitarie europee sono una di queste. Nel 2017 abbiamo creato le alleanze universitarie europee, gruppi composti da sette, otto o nove università di Paesi diversi. Lo ricordo perché all’epoca lavoravo a Parigi, in Scienze Politiche. Creammo Civica, che è una delle 65 alleanze universitarie. La mia attuale università, la IE di Madrid, ne fa parte.
Queste alleanze sono straordinarie perché rappresentano l’embrione della scalabilità a livello universitario. Le nostre università sono troppo piccole rispetto a quelle di Stati Uniti, Cina e India. Abbiamo bisogno di università più grandi, e queste alleanze possono esserne l’embrione, ma abbiamo bisogno anche di fondi. Quindi torniamo all’idea che se il prossimo bilancio dell’UE sarà riportato ai livelli pre-COVID, non ci saranno fondi per questi interventi. E con tutte le esigenze che abbiamo al momento, sarebbe un enorme passo indietro.
A suo parere, a quale misura audace e di grande impatto bisognerebbe dare priorità per garantire che l’Europa possa competere a livello globale nel prossimo decennio?
A suo parere, a quale misura audace e di grande impatto bisognerebbe dare priorità per garantire che l’Europa possa competere a livello globale nel prossimo decennio?
Penso che in cima alla lista dovrebbe esserci l’integrazione dei mercati finanziari. E non appena lo dico, mi rendo subito conto della difficoltà del caso, perché è un tema caldo. Abbiamo bisogno dell’impegno dei primi ministri, dei leader, della presidente della Commissione europea e del presidente del Consiglio europeo. Abbiamo bisogno di legittimità e di titolarità. Vogliamo dire ai cittadini europei: “Oggi siamo una colonia degli Stati Uniti in termini di mercati finanziari. Se vogliamo essere resilienti, dobbiamo integrare il nostro mercato finanziario sotto la supervisione europea con strumenti europei.”
E questo comporta sbarazzarsi del passaporto nazionale. Il problema non è solo tecnico, ma anche politico.
Se ogni attore finanziario o istituto di credito europeo comincia a operare con un passaporto nazionale, ecco che questo diventa un ostacolo che li blocca immediatamente alla frontiera
una frontiera che non esiste più, ma ancora si frappone a questo tipo di iniziative.
Se una banca italiana, spagnola o svedese cerca di superare i confini del proprio mercato nazionale per operare in Europa, il passaporto si trasforma immediatamente in un ostacolo, non in un vantaggio. Non è così negli Stati Uniti, dove tutti gli attori del mercato finanziario sono statunitensi, non texani o californiani. Un’impresa può quindi sfruttare il mercato più grande senza alcun problema.
In Europa è diverso: se un’impresa nasce francese, andare oltre i confini francesi diventa un problema. È complicato.
In che modo l’unione del risparmio e degli investimenti integrerebbe o differirebbe dall’attuale programma dell’unione dei mercati dei capitali? C’è la percezione che l’unione dei mercati dei capitali sia stata un fallimento finora?
In che modo l’unione del risparmio e degli investimenti integrerebbe o differirebbe dall’attuale programma dell’unione dei mercati dei capitali? C’è la percezione che l’unione dei mercati dei capitali sia stata un fallimento finora?
Forse è una risposta semplicistica, ma sono convinto che il colpo mortale all’unione dei mercati dei capitali l’abbia inferto la Brexit.
Lo dico perché l’unione dei mercati dei capitali è stata creata nel 2014. Era un ottimo progetto, che avrebbe potuto funzionare con l’idea di avere una capitale per i mercati finanziari europei. E quella capitale avrebbe dovuto essere Londra. Era il posto giusto a tutti gli effetti e sarebbe stato un enorme successo. Oggi avremmo avuto l’unione dei mercati dei capitali realizzata e Londra come capitale del nostro mercato finanziario. Saremmo tutti più forti.
La Brexit però ha affossato questa idea e poi abbiamo passato anni a discutere su quale capitale avrebbe dovuto prendere il posto di Londra: Dublino, Milano, Madrid, Amsterdam, Parigi o Francoforte. Non c’è una Londra 2.0 nell’Europa continentale.
Penso che ora dobbiamo ripartire da zero, cominciare dall’idea di un’unione del risparmio e degli investimenti. E dobbiamo cercare di ridimensionare l’importanza del luogo. Con la tecnologia di cui disponiamo oggi, potremmo anche non aver bisogno di una capitale. In questo senso, potremmo avere un sistema di vigilanza unico e usarlo per far lavorare insieme le 27 autorità. Potrebbe funzionare. Non sarà facile, ma oggi ne vedo il potenziale.
Airbus è di fatto un ottimo esempio di virtualizzazione, nel senso che è un’impresa costituita da elementi a valore aggiunto o componenti fisici critici distribuiti geograficamente. La finanza non è un bene fisico. Dovremmo quindi essere in grado di virtualizzare l’unione dei mercati dei capitali e creare centri di eccellenza in tutta Europa che interagiscono tra loro. Cosa ne pensa?
Airbus è di fatto un ottimo esempio di virtualizzazione, nel senso che è un’impresa costituita da elementi a valore aggiunto o componenti fisici critici distribuiti geograficamente. La finanza non è un bene fisico. Dovremmo quindi essere in grado di virtualizzare l’unione dei mercati dei capitali e creare centri di eccellenza in tutta Europa che interagiscono tra loro. Cosa ne pensa?
Penso che sia l’unica direzione in cui possiamo andare. L’esempio di Airbus è molto interessante perché, in definitiva, Airbus non è stata creata dai mercati, ma dai politici, dalla necessità di entrare in questo particolare settore industriale.
Non è un caso che Airbus sia forse l’unico campione mondiale che abbiamo in Europa. Airbus è europea: nessuno può dire che appartenga a un Paese piuttosto che a un altro. Non si può dire lo stesso di tutti i marchi che abbiamo nei mercati finanziari.
Dimmi un marchio e ti dirò che nome c’è sul passaporto.
E il nome sul passaporto sarà il limite, il confine di quel marchio. Questo è il punto fondamentale. Dobbiamo cambiare questa mentalità. Mi rendo conto delle difficoltà, ma, in definitiva, è l’unica strada percorribile. L’unione del risparmio e degli investimenti è un mezzo per andare in questa direzione.
Quali altri insegnamenti offre la storia a un’Europa che cerca di creare un’unione del risparmio e degli investimenti?
Quali altri insegnamenti offre la storia a un’Europa che cerca di creare un’unione del risparmio e degli investimenti?
Penso che la lezione principale sia che quando sei nei guai, devi pensare in grande, e noi non l’abbiamo fatto. Ricordo i primi anni della crisi. Pensavamo ancora che fosse solo un problema del mondo finanziario. Ricordo ancora l’atmosfera del 2008, del 2009 e persino del 2010: si pensava che fosse un problema del mondo finanziario, che non toccasse l’economia reale.
In realtà, il mondo finanziario è stato solo la prima fase, poi l’onda ha travolto l’economia reale e infine la sfera sociale, dove ha portato al populismo. Il populismo europeo è, in ultima analisi, il frutto di questa crisi e della percezione che le istituzioni europee e l’euro non fossero in grado di fare da scudo. La mancanza di uno scudo non era colpa delle istituzioni europee, ma dei Paesi che non volevano integrarsi ulteriormente nell’UE.
Viviamo in questo paradosso. Si sentono facili semplificazioni populistiche che dicono che siamo deboli e che da quando abbiamo adottato l’euro abbiamo iniziato a perdere importanza nel mondo. È una grandissima stupidaggine: abbiamo perso importanza perché sulla scena sono arrivate Cina e India, seguite dagli altri Paesi BRICS.
E la popolazione mondiale è passata da 3 a 8 miliardi di persone, mentre noi europei siamo sempre gli stessi: questa è la grande differenza. Eravamo Paesi grandi, ora siamo Paesi piccoli. Se siamo Paesi piccoli, dobbiamo integrarci in un sistema europeo che ci consenta di competere con Cina, India e Stati Uniti. È semplice, ma le conseguenze rendono la vita molto difficile.
Quali potrebbero essere le conseguenze indesiderate di un’unione del risparmio e degli investimenti? Potrebbe, ad esempio, esacerbare le disuguaglianze?
Quali potrebbero essere le conseguenze indesiderate di un’unione del risparmio e degli investimenti? Potrebbe, ad esempio, esacerbare le disuguaglianze?
Al contrario. Una delle idee alla base dell’unione del risparmio e degli investimenti è proprio quella di ridurre le disuguaglianze. Una delle principali disuguaglianze presenti oggi in Europa è il fatto che chi ha un’educazione finanziaria è in grado di guadagnare molto denaro. Chi non ce l’ha, non riesce a ottenere denaro dalla finanza. Questo è un ostacolo occulto all’uguaglianza. L’obiettivo principale dell’unione del risparmio e degli investimenti è quello di offrire migliori opportunità ai risparmiatori della classe media. Non credo quindi che vi sia il rischio di creare maggiori disuguaglianze.
La principale conseguenza indesiderata che temo è una sorta di dissociazione dagli Stati Uniti.
A mio parere, questo è lo scenario peggiore. Ho redatto e finalizzato il mio rapporto prima dell’elezione di Trump. Ho inserito un riferimento alla necessità di creare un mercato unico transatlantico, o almeno di cominciare a parlarne. Sono un forte sostenitore di buoni rapporti tra le due sponde.
Infine, qual è la sua visione per il futuro dell’Europa? Che tipo di Unione europea vorrebbe vedere nel 2040 in termini di integrazione economica, leadership tecnologica e influenza globale?
Infine, qual è la sua visione per il futuro dell’Europa? Che tipo di Unione europea vorrebbe vedere nel 2040 in termini di integrazione economica, leadership tecnologica e influenza globale?
Farò tre esempi di cose che spero diventeranno realtà nel 2040. Ora, potrebbe dirmi che queste cose non sono così complicate e che sono assolutamente naturali, ma in realtà sono molto complesse. La prima è avere un unico prefisso telefonico in Europa: +0, dato che il +1 è già utilizzato dagli Stati Uniti. Fine dei vari +49, +39 e +34. Questo significa avere un mercato unico delle telecomunicazioni e poter scegliere tra sei, dieci o dodici operatori europei, che potrebbero essere sufficientemente forti da essere leader mondiali, non come oggi. Al momento, ogni Paese europeo ha il proprio operatore leader nazionale, che però è troppo piccolo per competere a livello mondiale. I consumatori sarebbero soddisfatti e noi potremmo riconquistare la leadership in un settore di cui eravamo protagonisti negli anni ‘80 e ‘90.
Il secondo esempio che le porto è quello dell’energia: un mondo in cui i consumatori o le PMI possono scegliere ogni giorno di approvvigionarsi da una fonte energetica europea diversa grazie a un sistema di connettività che funziona alla perfezione. Domani avremo il vento da nord a basso costo, dopodomani l’energia solare dal sud e il giorno dopo ancora l’energia nucleare dalla Francia, perché la connettività funzionerà così bene che ogni mattina potremo scegliere di collegarci alla fonte più economica.
Il terzo esempio è avere l’euro digitale disponibile per tutti i pagamenti in Europa, tra i consumatori europei, sul territorio europeo e per i beni europei.
Penso che questi tre siano esempi molto semplici della vita quotidiana. Naturalmente, affinché avvengano, serve una rivoluzione nei tre sistemi che ho citato: telecomunicazioni, energia e servizi finanziari. Ma sono rivoluzioni possibili e vorrebbe dire che l’Europa è più forte, più integrata e capace di offrire ai propri cittadini stili di vita migliori, guadagni migliori e servizi migliori.

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