Alla scoperta dei modi in cui l’Europa può riguadagnare competitività in un mondo difficile e incerto.

Tra le ostilità commerciali provenienti dall’altra sponda dell’Atlantico a ovest e lo sviluppo di economie enormi e dinamiche a est, l’Europa si trova ad affrontare sfide che più di trent’anni fa, quando venne creato il mercato unico europeo, non erano neanche lontanamente immaginabili. Con l’ascesa dei paesi BRICS e la corsa in avanti degli Stati Uniti, la quota di Europa nell’economia mondiale si è ridotta. Le imprese europee oggi faticano a stare al passo delle loro concorrenti asiatiche e statunitensi, per forza e dimensioni.

È in questa prospettiva che di recente ho letto il rapporto sul futuro del mercato unico “Muchmore than a market”, che il professor Enrico Letta ha presentato alla Commissione europea ad aprile dello scorso anno. Il professor Letta è attualmente Presidente dell’Istituto Jacques Delors, è stato Presidente del Consiglio dei ministri italiano e di recente ha assunto la carica di rettore del corso IE School of Politics, Economics and Global Affairs presso la IE University di Madrid.

Nel suo rapporto, il professor Letta sostiene la necessità di rinnovare e ripensare il mercato unico. A integrazione delle “quattro libertà” fondamentali del mercato unico (libera circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e delle persone), il professor Letta propone una “quinta libertà”, che riguarda la ricerca e l’innovazione. Il professore, inoltre, raccomanda di integrare nel mercato unico i settori finora esclusi: finanza, comunicazioni elettroniche ed energia.

Ponendo l’accento su “velocità, sicurezza e solidarietà”, il rapporto di Letta delinea una visione di mercato unico adatto al mondo odierno. Quando ho incontrato il professor Letta, abbiamo parlato delle lezioni apprese dalla crisi dell’Eurozona, delle implicazioni derivanti dalla guerra commerciale di Trump e di come propone che l’Europa torni a essere competitiva.

Questa intervista è divisa in due parti. Per leggere la seconda, fare clic qui.

Barry Gill


A Vladimir Lenin è attribuita una grande citazione: “Ci sono decenni in cui non succede nulla e settimane in cui succedono decenni”. Pensa che possa applicarsi agli eventi verificatisi finora nel 2025? Come si traduce tutto questo nel contesto europeo?

Enrico Letta


Quello che Donald Trump ha fatto negli Stati Uniti è stato di un’intensità davvero inattesa e con conseguenze estremamente ampie, non limitate solo a uno o l’altro settore. Al contempo, tutto questo avviene in un momento in cui l’Unione Europea è pronta ad approcciare in modo diverso alcune questioni di integrazione e competitività. Quindi penso che stiamo vivendo un momento interessante.


Ritiene che lo sgretolamento dell’ordine mondiale a cui stiamo assistendo possa dare uno scossone all’Europa? Oppure interessi nazionali in conflitto pugnaleranno al cuore il progetto europeo?

Siamo arrivati a un punto critico, credo. L’UE opera da sempre su due livelli: uno europeo e uno nazionale. Jacques Delors disse, in una frase divenuta famosa, che l’Unione Europea è una “federazione di Stati nazionali”. Mi sembra che sia proprio vero, per il semplice motivo che tutti i Paesi europei hanno centinaia di anni di storia e lingue e culture diverse.

Queste differenze nazionali permarranno, ma negli ultimi 10 anni

siamo arrivati a comprendere che i singoli Stati membri dell’Unione europea sono troppo piccoli per competere

con la Cina e con l’India, ma anche con l’Indonesia, la Nigeria e il Brasile. Per essere competitivi dobbiamo essere più integrati. Rimane da vedere se riusciremo a superare alcuni approcci nazionalistici per guadagnare maggiore competitività: non tanto per motivi ideologici, quanto per riportare in Europa posti di lavoro e capitali che stiamo regalando ad altri Paesi a causa della nostra frammentazione. È tutta questione di competitività.


Ripensando al periodo in cui è stato Presidente del Consiglio dei Ministri in Italia, in particolare durante la crisi dell’Eurozona, quali lezioni politiche fondamentali ha tratto da quell’esperienza?

In quel momento cruciale di crisi, avevamo 10 o 11 approcci nazionalistici egoistici, anziché approcci generosi a lungo termine. Ne paghiamo le conseguenze ancora oggi. Questo perché abbiamo un approccio ai sistemi finanziari, al risparmio e al mondo della finanza in generale che è fortemente influenzato da quel periodo e dall’idea che il pubblico sia migliore del privato.

In Europa abbiamo sempre avuto quest’idea che la finanza sia qualcosa di oscuro.

C’è un nesso La crisi finanziaria fu gestita male e alcune conseguenze ci accompagnano ancora oggi.

Anche il fatto che non abbiamo l’unione bancaria finalmente integrata è un lascito della crisi finanziaria. Sono passati 15 anni e siamo ancora allo stesso punto. A mio parere, è questo il vero problema dell’UE. Allora non fummo capaci di prendere le decisioni giuste. E ne stiamo ancora pagando il prezzo. Così come stiamo pagando il prezzo della crescita molto lenta che abbiamo avuto negli ultimi 10 anni e della Brexit, che è stata, a mio avviso, una delle peggiori decisioni di sempre. Diametralmente opposta alla lentezza di crescita dell’Europa c’è la velocità impressionante a cui sono cresciuti gli Stati Uniti una volta usciti dalla crisi finanziaria.


Crede che ci sia maggiore probabilità che possa concretizzarsi prima l’unione del risparmio e degli investimenti oppure l’unione bancaria?

Un’unione del risparmio e degli investimenti. Perché? Perché è un progetto che ci dà la possibilità di rimpatriare capitali e posti di lavoro integrando i mercati finanziari europei. Questo può portare al completamento dell’unione bancaria. Se cominciamo dall’unione bancaria, restiamo bloccati con il problema della fiducia reciproca. C’è da dire che l’unione bancaria in questo periodo è principalmente una questione tra Germania e Italia, vista la situazione Commerzbank/UniCredit. In un momento in cui è in corso una discussione tra due banche, una italiana e una tedesca, non credo ci siano i presupposti per fare progressi sull’unione bancaria a breve termine.

D’altro lato, penso che si possano fare passi avanti sull’unione del risparmio e degli investimenti e che questo possa fornire alcune soluzioni per l’unione bancaria.


Cosa avrebbe voluto che l’Unione Europea facesse in modo differente durante la crisi dell’Eurozona?

Per prima cosa, il completamento dell’unione bancaria. Abbiamo perso una grande opportunità di realizzarla e penso sia stato un grave errore.

In secondo luogo, avevamo l’opportunità di disporre di un Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) efficiente, ben organizzato e senza stigma. Abbiamo il MES da 10 anni in Lussemburgo, ma è sempre stato accompagnato da problemi politici. Nel mio rapporto, ho proposto proprio di utilizzare il MES per la spesa della difesa. È urgente ed è un’emergenza.

Dobbiamo trovare i fondi e c’è questo strumento disponibile, ma inutilizzato.

Perché non usiamo il MES? Non vedo tuttavia Paesi affannarsi per accogliere questa proposta.

Questi sono i due elementi principali per me e poi c’è anche il fatto che stiamo ancora penalizzando la cartolarizzazione. L’opinione pubblica non ha ancora superato questo scoglio. Eppure, i Paesi meridionali che erano stati maggiormente colpiti dalla crisi oggi stanno conseguendo risultati migliori in Europa. Questa è la dimostrazione che alcune soluzioni funzionano.


In che modo l’UE può passare all’attacco e utilizzare il commercio per esercitare la propria influenza? E in che modo l’UE può incentivare i risparmiatori europei a riportare a casa il loro denaro?

Il punto fondamentale è che la frammentazione del mercato unico è un grande svantaggio per i Paesi europei e per i cittadini, i risparmiatori, gli imprenditori e i lavoratori europei. Abbiamo l’euro, che è stato un grande risultato. Eppure, se guardiamo alla realtà dell’Unione economica e monetaria (UEM), ci rendiamo conto che abbiamo avuto successo con la M, ma non con la E.

Questo è cruciale. Non siamo riusciti a creare un’unione economica perché siamo partiti dall’unione monetaria e realizzarla è stato molto faticoso. Abbiamo convinto la Germania, influenzato l’opinione pubblica e poi non abbiamo integrato il resto. Il punto centrale del mio rapporto è un allarme che suona così: “Ehi, abbiamo la stessa moneta, ma 27 mercati finanziari, 20 mercati energetici e 27 mercati delle telecomunicazioni.”

Non sfruttiamo il fatto di avere la stessa moneta e stiamo perdendo terreno a causa di questa frammentazione. E questa frammentazione oggi è ancor più grave, perché il mondo è cambiato. Quando si decise di non portare avanti la parte restante dell’integrazione economica, il mondo era completamente diverso. Non c’era la Cina. Non c’era l’India. I BRICS non esistevano. Gli Stati Uniti erano completamente diversi. Di conseguenza, la forza competitiva dei singoli Stati membri europei era completamente diversa.

Porto sempre l’esempio del mio Paese, l’Italia. Eravamo 60 milioni di persone e anche oggi siamo 60 milioni di persone. In passato, in termini economici l’Italia era grande quanto la Cina e l’India messe insieme. Oggi, le economie cinese e indiana insieme sono 20 volte l’economia italiana  e insieme contano quasi 2,9 miliardi di persone. Ma in termini di forza, di potere, è stupefacente quanta differenza abbiano fatto 20 anni.

Da soli, i Paesi europei sono troppo piccoli. Questo è il punto.

Di solito dico che gli Stati membri dell’UE si dividono in due gruppi: i Paesi piccoli e quelli che non sanno di esserlo.

Questa è la chiave per comprendere cosa sta succedendo in Europa. Ci sono Paesi che sono stati grandi in passato e pensano di esserlo ancora oggi. In questo gruppo metto l’Italia. Ma, in realtà, siamo Paesi piccoli rispetto a Cina, India, BRICS e USA. Quindi dobbiamo integrarci. È questo il grande cambiamento e spero che il mio rapporto abbia sensibilizzato maggiormente su questo punto.


In termini di regolamentazione, pensa che l’Unione Europea cambierà rotta in nome della competitività? E cosa può fare l’UE per evitare che le interpretazioni nazionali delle normative europee continuino a ostacolare il mercato comune?

Uno dei capitoli del mio rapporto è dedicato alla semplificazione. Durante i mesi di preparazione di questo lavoro, ho raccolto numerose richieste di semplificazione, dall’Irlanda alla Finlandia, al Portogallo, alla Grecia e alla Romania, soprattutto da parte delle imprese, ovviamente. E penso che, quando parliamo di semplificazione, dobbiamo essere molto chiari su cosa intendiamo.

Per questo motivo ho aggiunto nel rapporto una proposta molto concreta, che ritengo possa cambiare le carte in tavola. L’idea è quella di un 28° Stato virtuale.

Cosa significa? La parte più complessa del nostro quadro giuridico è il fatto che abbiamo 27 attuazioni nazionali delle varie direttive e norme europee, perché abbiamo 27 sistemi giuridici diversi. Prendiamo la Spagna, per esempio. Il Paese è suddiviso in 17 Comunidades Autónomas, ciascuna con il proprio diritto commerciale. Questa frammentazione è chiaramente un grande ostacolo per gli investitori esteri, ma anche per le piccole e medie imprese (PMI).

Mi è rimasto impresso nella memoria un incontro con alcune PMI a Bilbao, dove qualcuno mi ha detto che anche le PMI devono avere un passaporto, perché altrimenti non potranno mai approfittare del mercato unico. Se una PMI ha bisogno di 10 legali per capire le differenze tra Spagna e Portogallo o tra Croazia e Germania, è impossibile. E una PMI non può avere 10 legali.

Quindi, le PMI non stanno beneficiando del mercato unico.

Come ben sa, le PMI rappresentano il 90% o più dell’economia europea. Quindi la mia proposta è quella di creare un 28° Stato virtuale con un proprio diritto commerciale. La Commissione europea ha accolto la mia proposta e la sta utilizzando per le start-up. Penso sia una buona idea. Per le altre imprese, c’è l’idea di creare una sorta di corsia preferenziale. Semplificare vuol dire questo: è così che mettiamo fine alla frammentazione e lavoriamo sull’uniformità che è il sistema più semplificato.

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